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ESPERIENZE di VITA VISSUTA
sull'adozione dei minori

Quando "l'origine" dei nostri figli
si fa presente: cosa fare allora
ma soprattutto cosa fare prima

scritto da Paolo Faccini

 

La genesi, l'idea di questo tema è nata dal racconto che alcuni nostri amici hanno fatto, di esperienze particolari, inusuali, che gli sono accadute, e che hanno provocato una serie di domande.
Partiremo quindi dall'ascolto di queste esperienze e poi come al solito chi vuole può portare la propria esperienza da comunicare.
E' importante raccontarci le nostre storie, perché il problema non è arrivare ad un giudizio unico normativo su cosa si deve fare. Non si può che essere grati a chi desidera comunicare anche la fatica, senza censurare nulla, perché siamo persone con i nostri limiti, per capire più a fondo le cose grandi che ci stanno succedendo.

1° testimonianza - LAURA
Noi dieci anni fa abbiamo adottato due gemelli di quindici mesi con adozione nazionale.
I nostri figli da sempre sanno di essere adottati, e quindi essendo il nostro un piccolo paese non si prospetta nemmeno il problema di dover riproporre la cosa periodicamente, perché ormai lo sanno tutti.
Questo non significa che per loro tutto sia  quindi risolto, anzi periodicamente ripropongono le loro domande, con tutti i loro timori, in modo diverso, anche per provocare una nostra reazione.
Ultimamente avevano il timore di essere portati via dalla nostra famiglia e ci chiedevano cosa avremmo fatto.
Inizialmente non avevamo risposto, oppure avevamo dato la risposta giuridica: il giudice ha deciso e il problema non esiste; poi avevamo capito che la questione era importante ed avevano bisogno di sentirsi al sicuro, e volevano capire se noi eravamo pronti a metterci in gioco.
Quando poi con decisione abbiamo detto che chiunque si fosse presentato alla porta avrebbe dovuto fare i conti con noi, la risposta li ha tranquilizzati; volevano vederci decisi. Si sono pacificati.
Questa domanda, che era un timore di bambini, un po' strana, ha preso consistenza invece recentemente, perché ci è accaduto un fatto insolito.
Ormai tutti sanno nel nostro piccolo paese, ma quest'estate i bambini hanno iniziato una esperienza nuova con una squadra di calcio di un'altra città e in questa squadra sono stati selezionati altri ragazzini dei paesi vicini al nostro.
Così chiaccherando con una mamma di un loro compagno di squadra, anch'egli gemello, mi sono ritrovata a dover rispondere alla solita domanda che i genitori di gemelli si sentono porre: se i nostri figli fossero omozigoti o eterozigoti.
Io generalmente se si tratta di persone che incontro così per una volta rispondo a caso; se invece si tratta di persone con le quali devo instaurare un rapporto dico la verità. Questa mia affermazione sul loro essere figli adottivi, che era naturale, ha creato una reazione strana in questa mamma, e io ho notato questa reazione, al punto che la domanda successiva è stata: dove sono nati? A questo punto io ho mentito dicendo un altro posto.
Questa mamma allora  mi ha detto che prima di trasferirsi al paese vicino al nostro aveva conosciuto una donna che nello stesso anno di nascita dei nostri figli, nello stesso luogo aveva partorito due gemelli che si chiamavano esattamente come i nostri figli, e questa donna voleva dare in adozione i nostri figli: questa donna aveva fatto una radiografia dei nostri figli!!
Io non sapevo come reagire, perché la questione era abbastanza pesante; questa donna aveva una bomba in mano e non sapevamo come avrebbe utilizzato questa cosa.
Prima di tutto ci siamo consultati con tutti gli amici, che vedevano la cosa abbastanza pesante e faticosa da risolvere.
Quindi il timore era anche che queste informazioni si diffondessero e arrivassero a scardinare la tranquillità che abbiamo cercato di creare intorno ai figli. Conoscere delle cose del loro passato poteva essere molto pesante.
Abbiamo telefonato a quel tempo anche ad Alda Vanoni, e lei a differenza di tutti gli altri, ci ha tranquillizzato. Lei ci ha chiesto di indagare i motivi che ci facevano così preoccupare, e ci ha chiesto di riflettere sulla possibilità che la madre naturale un giorno potesse bussare alla nostra porta e quale poteva essere la nostra reazione.
Quindi quale risposta di accoglienza noi eravamo pronti a dare a questa mamma.
Questo spostamento di prospettiva non toglieva il problema, ma era come se riportasse la questione entro dei limiti di ragionevolezza, entro delle possibilità che la vita può riservare. Abbiamo affrontato la questione con la signora che avevamo incontrato, e nonostante tutte le nostre paure, lei è stata dolcissima; è una donna che in un determinato periodo della sua vita si è trovata a conoscere questa persona e la cosa l'aveva scossa tanto da ricordarsi. Si è scusata con me per aver procurato questo problema, ed era felice di aver visto per questi bambini un futuro che era diverso da quello che poteva pensare inizialmente. E' stata così gentile che ha mantenuto il beneficio del dubbio: "nel caso che fossero proprio quei bambini...", mentre era palese che erano loro!! Poi tutto è caduto visto che i bambini hanno detto ai rispettivi papà che erano nati nello stesso posto!!
Questo per dire che in questa esperienza noi abbiamo vissuto un timore vero, oggettivo; praticamente poteva succedere che ai nostri figli fosse sbattuta in faccia la loro storia in un momento evolutivo inopportuno.
Comunque questa storia ci ha aperto una prospettiva diversa. Io mi sono fatta una mia opinione, discutibile, perché personale; mi sono detta che forse se un giorno qualcuno dovesse bussare a quella porta, io può darsi che quella porta possa anche aprirla. Dipende dalle condizioni, dipende dal fatto che sia una porta dove qualcuno bussa ma che la porta non venga scardinata.
Però non so fino a che punto mi sembra giusto chiedere ai nostri figli di aprire quella porta; mi sembra che ciascuno di noi debba avere i suoi tempi per maturare una posizione di fronte all'esperienza che si trova a vivere, una posizione assolutamente libera.
Ognuno di noi può aprire o non aprire quella porta.
Leggendo un libro recentemente, "Storie di figli adottivi", si racconta di tante esperienze di ragazzi che hanno il desiderio, soprattutto nell'adolescenza, di incontrare i genitori biologici. Mi è sembrato di cogliere un punto fermo: se questo desiderio si ferma a curiosità non vale la pena di andare oltre, se invece è il desiderio di costruire un rapporto, allora forse si può fare questa fatica.

2°  testimonianza - MASSIMO
Abbiamo in adozione due bambini, di etnia diversa: uno filippino, l'altro boliviano.
Entrambi vanno alle elementari. Abbiamo anche noi fatto una esperienza particolare, che ci ha coinvolto come famiglia richiamandoci all'origine dei nostri figli, e al discorso della possibilità che i nostri figli incontrino veramente qualcosa che li richiami alla loro origine o che comunque faccia scoprire le loro origini. Sia in senso positivo che negativo.
Il nostro primo figlio è nato in Italia, mentre per il secondo siamo andati in bolivia.
Il primo figlio quando ci è stato dato era praticamente neonato, aveva venti giorni.
Il tribunale e gli assistenti sociali ci hanno detto e ridetto: prestate particolare attenzione ai rapporti con la comunità filippina che è molto presente a milano, cercando di evitare certi ambienti e luoghi. Per cui bisognava avere una attenzione particolare per questa cosa.
Quando era piccolo sono capitati alcuni episodi anche comici. Una volta mia moglie era in giro con la carozzina; in un negozio un signore filippino si è accorto del bambino e del fatto che era della sua stessa etnia, e ha chiesto: è suo figlio? e mia moglie ha risposto: si, ho un marito filippino!
Man mano che è cresciuto ci siamo resi conto della sua consapevolezza riguardo alla realtà adottiva, e sul fatto che era nostro figlio. Una volta in un bar stavamo facendo la fila e alcuni filippini guardavano; poi uno ha chiesto dove erano i suoi genitori; lui ha risposto: quella è la mia mamma, quello è il mio papà, sono stato adottato da piccolo. Punto.
Questo per dire la consapevolezza riguardo alla sua esperienza e storia.
Ecco quindi il fatto specifico successo in primavera.
Nostro figlio frequenta una scuola cattolica, di cui siamo molto contenti. Si fanno esperienze molto belle sia tra i bambini, ma anche tra genitori; spesso riusciamo a condividere momenti insieme, il rapporto è molto stringente e non è banale; ci conosciamo tutti.
In aprile nostro figlio è andato a fare una gita con la scuola; a questa gita è stato presentato un altro bambino, che avrebbe dovuto entrare l'anno dopo in classe, anche lui filippino e della stessa età; l'idea della direzione sarebbe stata quella di metterlo nella stessa classe di nostro figlio.
A fronte delle esperienze già avute da piccolo, e a fronte di tutto quello che ci avevano detto i giudici e gli assistenti sociali, è scattata in noi una molla, una resistenza, un rizzare le antenne, come un ripresentarsi di questa paura di confrontarsi con la realtà delle origini, che poteva essere pericolosa o meno, ma comunque c'era, era lì presente.
Abbiamo avuto due reazioni diverse io e mia moglie; lei sicuramente più tesa e ansiosa, io più calmo, anche per motivi caratteriali.
A fronte di questa situazione ne abbiamo parlato fra noi e abbiamo pensato che fosse il caso di parlarne con il direttore, per trovare una soluzione, in modo che il bambino non fosse messo nella stessa classe, perché avevamo il timore che avendo rapporti i bambini e anche noi genitori, poteva uscire qualcosa che ci avrebbe riportato alla situazione delle origini.
Non si sapeva come si sarebbe evoluto il rapporto anche in relazione alla comunità filippina che è molto unita.
Il direttore ci ha ascoltato per cui questo bambino è stato spostato in un'altra sezione.
Devo dire che indipendentemente da questo i bambini si cercano; in varie occasioni abbiamo visto che il rapporto c'è.
Forse la cosa più importante che è venuta fuori da questa esperienza è stato un riflettere io e mia moglie su cosa voleva dire per noi: cosa erano le nostre sicurezze di fronte a questo fatto?
Ci ha fatto come recuperare la serenità, perché fatti di questo genere sono già successi e succederanno.
Il problema è che continui dentro di noi la serenità della certezza; la certezza che comunque il nostro rapporto con i figli non dipende dalle circostanze, ma da quello che noi stiamo costruendo giorno per giorno. Dipende dagli undici anni che abbiamo vissuto con lui, dipende da quello che ci giochiamo tutti i giorni.
Con questa certezza può essere superata la paura delle circostanze, la paura degli incontri. Non vuol dire non dover essere attenti, ed evitare al minimo i problemi per i nostri figli: questo è un dovere, secondo me. Però ci insegna che non dipende dalle nostre paure e dai nostri escamotage, o dal chiudere i nostri figli in una campana di vetro; dipende tutto dalla certezza che gli trasmettiamo della loro condizione; certezza che si costruisce con loro.
Con questa certezza si possono affrontare le circostanze che la vita ti offre davanti ogni giorno.

3°  testimonianza - PAOLA
Noi abbiamo due bambini, in adozione tutti e due. Il secondo, che adesso ha 7 anni, l'anno scorso ha avuto dei grossissimi problemi di salute, tanto che sembrava che difficilmente sarebbe rimasto con noi.
Ricordo che in quei giorni mi era venuto un pensiero, quello di andare a cercare la madre naturale. Volevo cercarla per dirglielo, perché quel figlio che avevamo in comune sembrava che stesse morendo.
C'è un livello nel quale ti rendi conto che ci si può accompagnare di fronte ad una verità dei nostri figli che va oltre tutte le preoccupazioni, le difese che abbiamo.
E' stato un momento dove era chiaro che quel figlio non era né mio né suo e che lì dentro, di fronte a questo, ci potevamo stare tutte e due.
Penso che valga davvero la pena fare un lavoro di preparazione per accompagnare tuo figlio nell'evenienza che ti capiti di dover incontrare la sua mamma; è l'unico lavoro che forse possiamo fare per accompagnarlo, non per lasciarlo. Sennò rischiamo di avere l'ansia da difesa.

4° testimonianza - PAOLO
Maria ha solo 3 anni ed è con noi da quando aveva 9 mesi; pur essendo ancora così piccola è stata sollecitata e siamo stati sollecitati come genitori sulla sua origine. E' una bambina di colore, quindi anche volendo non si può camuffare per qualche anno come a dire: per adesso tiro un po' il fiato e mi godo un figlio biologico, così nessuno mi viene a rompere le scatole!!
No, Maria fin dall'inizio ci ha gridato la sua diversità, e questa per noi si è rivelata una ricchezza.
Così piccola è difficile fare grandi discorsi, ed è quindi utile avere un piccolo aiuto, che possa permettere a lei di capire attraverso una forma adatta la sua storia; almeno iniziare a percepirla. Ecco la favola della sua storia da leggere, le foto del Kenya e dello scorrere del tempo con noi, i disegni fatti insieme...
Noi così abbiamo fatto e siamo convinti di avere fatto bene fin dall'inizio, fin dalla piccola età, a farle percepire indizi, segnali di una storia particolare.
Da una parte gli amichetti o i cuginetti con tante piccole domande e sollecitazioni; ad esempio la lite con una sua amica della scuola materna, valentina: maria dopo aver visto il film di walt disney cenerentola: "io sono cenerentola"; valentina: "no, io sono cenerentola, perché cenerentola non è nera!!" maria: "no, io sono cenerentola!!". In questo caso ci è sembrato giusto che la cosa si risolvesse tra loro due, senza cercare di dare noi risposte adatte.
E poi lei, che soprattutto con la mamma cerca periodicamente di capire di più, di avere conferme della sua appartenenza a noi.
L'aereo, la pancia, il colore della pelle, elementi molto importanti per lei. Altro esempio: un giorno siamo andati alla malpensa ad accogliere un altro bimbo che arrivava in Italia, sempre dal Kenya; maria mano a mano che ci si avvicinava all'aeroporto e il rumore degli aerei era sempre più distinto, aumentata la sua agitazione e la sua ansia; in quel caso ho ancora il dubbio che non sia stata una grande idea portarla con noi.
Il disegnarsi nel suo colore, invece di fare mamma papà e maria dello stesso colore è ad esempio un piccolo passo, non facile. Non rinnegare o banalizzare il suo colore; evitare di esaltarla, ma anche di sminuirla.
Onestamente per ora la sua diversità è stata per lei una ricchezza, essendo anche una bambina simpatica, carina e socievole.
Un'altra cosa che abbiamo cercato di fare, fino ad ora, seguendo il consiglio dei gillini, che ci hanno molto colpito ad un incontro sul tema dell'adozione, è stato quello di lavorare su una circolarità di relazioni che potesse essere per maria ricchezza di rapporti. Non creare intorno a lei il vuoto di rapporti, ma essere attivi e frequentare il più possibile ambienti e persone e amici che avessere bambini o situazioni utili anche a nostra figlia. Ecco il GMA per i bambini di colore, gli amici con bambini, le mamme con la pancia, esperienze di socialità tra bambini, ecc.
A volte comunque ci si fa cogliere impreparati ed è facile combinare casini (vedi esempio film tutti insieme appassionatamente)
Una parte indubbiamente delicata è l'inserimento del discorso "donna che ti ha tenuto nella pancia ma che non è stata capace di fare la mamma". In questo caso la fatica è fortissima da parte della mamma per raccontare una cosa che così fortemente mette in discussione un ruolo. All'inizio Maria reagiva tappandosi le orecchie, poi la cosa sembrava diventare irrilevante, perché Maria non sembrava reagire. Ma invece questi discorsi ritornano automaticamente dopo giorni o settimane con domande puntuali di approfondimento. Nulla sfugge al bambino, è proprio vero!!
Altro tema legato alle origini è quello di quanto stimare e valutare i luoghi e la storia del paese di origine. Noi per ora riteniamo che la cosa sia abbastanza secondaria, nel senso che per ora maria non ha certo interesse nel sapere di più riguardo al suo paese di origine.
Molto diversa è indubbiamente la storia di bambini adottati più grandi.
Per quanto riguarda Maria possiamo dire che lei ha sicuramente ben presente di essere nera, ha presente il racconto della sua storia, fatta attraverso la favola; ha presente che abbiamo preso un aereo così ci siamo riuniti; ha presente tutte queste cose, ma sicuramente il collage non è ancora ricomposto e lei deve ancora elaborare tutti questi input per arrivare a porsi domande più profonde e significative.

5°  testimonianza - LAURA
Una delle nostre dispense dice: I nostri figli sono fatti anche dei loro genitori biologici e non possiamo amarli se non comprendendo dentro il nostro amore anche questa loro origine; se la tagliamo via amputiamo qualcosa che per loro è fondamentale, la loro radice profonda, inconscia.
Questa esperienza io la faccio il giorno del loro compleanno. Quando compiono gli anni mi viene in menta che qualcuno in quel giorno li ha fatti nascere e chissà se in quel giorno anche lei si ricorda di loro. Questa cosa secondo me è un grande positivo. Al loro compleanno io non posso dimenticarmi che c'è stato qualcuno che ha permesso la nostra felicità oggi.

6°  testimonianza - FRANCESCA
Abbiamo una figlia che ha 17 anni, che è con noi da quando aveva 6 mesi; viene dallo sri lanka, quindi è scura di pelle. Quando i bambini sono neri l'evidenza è chiarissima della loro diversità.
Tutte le classiche domande sono arrivate da parte sua: "perché sono nera e voi bianchi? io voglio diventare bianca! io sono brutta perché sono nera! la mia mamma dov'è? chi è la mia mamma? quante mamme ho?" e via di seguito.
Rispetto alla sua origine, nel senso che lei ha avuto un'altra madre e un'altro padre, devo dire che a differenza di molti io e mio marito ci siamo dovuti confrontare con l'incontro personale con la madre di nostra figlia, perché lo imponeva la legge dello stato.
Il padre era morto prima che nascesse, nella guerra civile. Noi abbiamo fatto questa esperienza abbastanza anomala, che è stata dolorosa, perché l'incontro con una realtà che ha tutte le caratteristiche dell'abbandono ti costringe a superarti di fronte al mistero della sofferenza che c'è dietro questa storia.
Questo incontro è stato una ricchezza perché per noi certe questioni non sono mai state sentite in particolare; noi abbiamo a lei sempre detto di aver incontrato sua madre, di averla conosciuta, di averle voluto bene, di averla fotografata, e di averla portata nel nostro cuore con lei.
Questa mamma veniva citata fin da piccolissima. C'è stato un momento durante la seconda domanda di adozione, in cui la bambina, che aveva 6 anni, aveva cominciato a pensare cosa avrebbe fatto mentre noi andavamo ad adottare; lei avrebbe cercato la sua mamma, con tanto di cartello, con tanto di parolacce verso lei che si era permessa di abbandonarla, con tanti baci e abbracci sempre per lei; con la assoluta determinazione di portarla a casa con noi se l'avesse trovata.
La cosa ci preoccupava non poco. Ricordo che avevamo interpellato una amica psicologa chiedendole cosa significasse. Lei ci aveva rassicurato su questa cosa: il desiderio di vostra figlia, quello che lei esprime con la sua fantasia è comunque il desiderio profondissimo di ricomporre ad unità i suoi affetti; non ha detto "se trovo la mia mamma vi saluto e ciao"; nella sua testa è chiaro che i genitori siete voi, ma ci sta dentro nel suo cuore anche questa mamma.
E' un desiderio di unità che tiene dentro tutti voi.
Comunque questo secondo viaggio non si è mai fatto e nostra figlia è rimasta figlia unica.
Abbiamo avuto più di una occasione di incontrare una famiglia indiana. La nostra bambina è sempre venuta malvolentieri, anzi non voleva venire.
Quando si facevano gli incontri classici delle associazioni, dove ci sono bambini della stessa etnia, lei ha sempre cercato di non venire
....
Quando aveva 13 anni inaspettatamente ci ha chiesto di vedere le diapositive sull'isola, sapendo che c'era in una la mamma. Ha voluto subito fare la stampa di quella foto e si è portata a scuola queste foto; evidentemente a 13 anni ritornano certe questioni ed emergono con più evidenza e drammaticità.
Faceva vedere le foto e un compagno le ha guardate e le ha detto: "tu sei un clone di questa foto!", sottolineando l'identità di fisionomia rispetto a questo volto di madre; era vero, era proprio uguale!!
Lei si è arrabbiata moltissimo; ha comprato una tinta e si è tinta di rosso, ha tagliato i capelli corti, ha cominciato un processo di differenziazione molto evidente nelle scelte che metteva in atto; voleva dire che lei non era clone di nessuno.
Le foto poi sono state riposte sul comodino; una volta mi ha chiesto se poteva incorniciarle; le ha messe fuori, in vista, poi dopo un po' sono sparite.
Sulla questione delle mamme: lei l'anno scorso ha detto: "io sono arrivata ad una conclusione: di mamma ce ne può essere più di una, purché una alla volta!!
la mamma che mi ha messo al mondo, dopodiché siete arrivate voi e tu sei la mamma. Punto", e così si è chiuso questo discorso.
Devo dire che non mi è dispiaciuto, nel senso che la penso allo stesso modo.
Nostra figlia ci ha sempre provocato su tutto, ed è stato sempre un andare alla verità delle cose; non ci sono ricette, facciamo i nostri errori, i nostri tentativi; tentiamo di confrontarci, imparare gli uni dagli altri.
Credo che in tutto questo lavoro quello che deve essere sempre il criterio che ci guida sia: amare profondamente la verità dei nostri figli, la verità della nostra vita familiare; la verità del destino dei nostri figli, della loro origine, e di chiedere come preghiera una libertà profonda.
C'è un momento di verità assoluta che ti fa capire come tante cose siano da ricondurre alla verità più grande, più profonda, e le altre cose non sono banali, ma sicuramente meno importanti.

7°  testimonianza - ANGELA
Diciannove anni con una figlia adottiva non sono pochi!
Quello che mi colpiva ascoltando le varie tappe delle vostre testimonianze, è che è proprio un percorso che è dato a ciascuno secondo le proprie possibilità.
Mia figlia è stata data a me con quello che è e che ha di buono; io sono stata data a lei. Riconoscere tutte le volte che qualcun altro ci ha messo insieme, magari attraverso un percorso doloroso, che è stato quello di aver perso una mamma, o di non avere avuto un figlio proprio. E' una certezza sulla mia vita questa cosa.
E' proprio vero che quando sei toccato da una perdita di un figlio ti rendi conto quanto tutto è estremamente relativo, tutte le piccole paure: "busserà alla mia porta, qualcuno che la riconosce e la perdo..." Quando sei lì in quel momento io mi sono detta: "la cosa bella è che ci siamo fatti compagnia in questo pezzettino di storia che ci è stato dato di vivere per arrivare grandi e arrivare più sinceramente al nostro destino".
Anche noi abbiamo scritto una lettera ai genitori del nostro bambino, e l'abbiamo consegnata al giudice, non potendo consegnarla ai genitori. E' stata commossa, e ci ha detto: i suoi genitori lo sanno felice, questo figlio, in una famiglia, in un abbraccio, quindi basta. Portatevi nel cuore anche l'abbraccio di questi genitori.
Questa origine è sempre presente. Mia figlia l'ha stampata in fronte, e viene fuori ogni volta che c'è la difficoltà del vivere. Per i miei figli ci sono tappe molto faticose che riportano indietro.
A 13 anni uno ha bisogno di capire chi è strutturalmente: di chi sono?, a chi assomiglio?
Siamo diversi perché? Perché sono stata lasciata?, perché mia mamma non mi ha voluto?.... insomma si fa fatica!!
Ora, a 19 anni, dopo che ne ha passate e ne ha fatte passare a noi di tutti i colori, su questa questione torna con più serenità.
Abbiamo avuto per casa per un anno una ragazza madre con la sua bambina; lei ha sempre guardato con molto affetto questa madre, con molta stima, perché ha avuto il coraggio di tenersi questa bambina.
Una volta questa ragazza gli ha detto: "se la tua mamma ti avesse tenuto?" "La mia mamma non mi ha tenuto, ma io ho la mia mamma!!"
Bene o male questa cosa l'ha sistemata dentro di sé, ed è sempre chiara. Ogni volta però lo deve risignificare, deve darne il senso.
Una cosa che mi ha colpito in una discussione tra i due fratelli è che lui è arrabbiatissimo di essere stato abbandonato. Invece lei ha ribadito che a lei non interessa, però vorrebbe sapere perché, ed è una cosa che la tormenta.
"Perché sono stata abbandonata?"
In questi anni e in queste storie mi sono servite tanto la compagnia di tutti quelli con cui ho potuto condivivere, soprattutto le parti dolorose; è sempre in un confronto la crescita; è un dono che ci è stato dato, anche se faticoso, e come tutti i doni è bello condividerlo con altri.

8°  testimonianza -
Volevo dire sinceramente grazie a voi, un grazie semplice, perché da 9 anni ci sostenete; aprite il cuore e la strada per aiutarci a crescere i nostri figli.
Abbiamo una figlia di 4 anni e mezzo e non stiamo vivendo grandi difficoltà per ora, ma mi sento vicino a tutte le storie già raccontate.
Quando è il compleanno della bimba penso che c'è una mamma al mondo, che l'ha messa al mondo, e prego per lei e faccio pregare mia figlia per lei.
Tante volte guardando in volto mia figlia vorrei tanto che sua mamma fosse lì con noi.
Sulla diversità non capisco molto la paura di massimo, perché comunque se il rapporto è fondato sulla verità e sulla costruzione della forza del rapporto con i figli, io non avrei vissuto con così tanta paura il fatto che stesse con dei bambini della sua stessa etnia.
Tutti voi ci aprite il cuore ad un cammino che avete cominciato con noi dalla nostra storia, ma che continuate per la vostra vita e che serve a noi e ai nostri figli. Grazie.

9°  testimonianza - massimo (risponde)
Sicuramente dall'esperienza dobbiamo imparare. Facendo memoria di ciò che abbiamo vissuto, indubbiamente ora reagiremmo in modo diverso, anche se questo non vuol dire che uno non debba salvaguardare il proprio figlio. Sicuramente affronteremmo le circostanze con maggiore serenità, reagiremmo in modo diverso.
Riguardo alla differenza di reazione con i nostri figli quando parliamo delle famiglie naturali, nostro figlio più grande è venuto con noi a 20 giorni e non ha conosciuto la madre.
Ha come una idealizzazione di questa madre, ha come il desiderio di poterla vedere; questo lo porta a vivere un perché: perché mi ha lasciato?.
Credo che questa domanda dell'origine, al di là del percorso che ognuno di noi sta portando avanti, vada comunque tenuta conto, perché questo segno, questo marchio, uno se lo porta dentro.
Ognuno poi comunque reagisce in modo diverso; ad esempio l'altro nostro figlio, che abbiamo adottato in Bolivia, e che adesso ha 4 anni e mezzo, ha vissuto sicuramente il primo anno, anno e mezzo con la madre. Lui ha una reazione completamente diversa rispetto all'altro figlio, probabilmente ha dentro ancora un ricordo che porta dentro come un rifiuto.
Parlando con l'altro fratello che desidera vedere sua madre, lui gli ha detto: "ma perché la vuoi rivedere? Guarda che lei ti ha abbandonato!!"
Si porta dietro ancora il vissuto, il ricordo di sua madre naturale; ha dentro un senso di rifiuto di fronte a questa cosa, e se lo porta dentro.

10°  testimonianza - AURORA
Quattro anni e mezzo fa abbiamo adottato tre fratellini boliviani di 3, 7 e 8 anni.
Ora hanno 7, 11, 12 anni.
E' accaduto che settimana scorsa il più piccolo mi ha detto: "ma che faccia aveva la mia mamma vera?"
Ho risposto: la mamma vera sono io, perché sono io che ti curo, che ti voglio bene, ti cresco, che ti do da mangiare; la mamma del cielo (sono orfani della mamma) è in cielo. Questo al piccolo è bastato.
La sera loro stessi a tavola hanno tirato fuori l'argomento; la più grande ha chiesto: "ma io somiglio a mio padre?" (non sappiamo nulla del padre); da qui si è innescato una serie di dialoghi tra loro ai quali noi abbiamo perlopiù assistito; la seconda, la più introversa ha detto: "è un mistero!"
"Il papà adesso non c'è più", questo noi diciamo, anche in base ad un orientamento preciso avuto dalla neuropsichiatra infantile, che non permette in questo modo di idealizzare un suo impossibile ritorno o comparsa.
Riflettendo io e mio marito, ci siamo detti: erano mesi che non si parlava di questo argomento in casa, eppure questa storia ce l'hanno dentro, nel DNA, e ogni tanto salta fuori. Nei momenti di fatica, nei momenti più imprevedibili, salta fuori, come a dire: "guardate, ricordatevi che noi siamo così, noi abbiamo questa storia!!"

11°  testimonianza - GIAMPIERO
Abbiamo fatto domanda tre anni e mezzo fa, e abbiamo avuto un bambino di 2 anni e mezzo in adozione nazionale, rischio giuridico andato male, nel senso che abbiamo in essere rapporti con la famiglia d'origine.
Sono contatti parziali, non esiste la mamma (alla quale è stata tolta la patria potestà), ma esistono i nonni, che vediamo periodicamente. Ora il bimbo ha 6 anni.
Fin dall'inizio, da quando è arrivato da noi, abbiamo affrontato in modo dettagliato la sua storia, essendoci aperta l'eventualità di un possibile rientro in famiglia. Da quel momento sono scattati una serie di incontri con i nonni, che hanno reso evidente la presenza della famiglia di origine con la quale ogni tanto dovevamo confrontarci.
Nel corso di questi 3 anni e mezzo sempre più il bambino si è reso conto della sua situazione. Innanzitutto noi abbiamo cominciato con l'affrontare il chi fosse la sua mamma biologica, che di fatto chiamavamo in modo astratto, fino a chiamarla da quest'anno con il suo nome.
Per lui lei non esiste, non avendo contatti; ma i nonni presentano ogni volta la figura della mamma con la loro presenza; a lui da fastidio quest'incontro periodico non avendo chiaro lo scopo.
Fino a 6 mesi fa veniva in modo accondiscendente agli incontri come ad obbedire ad un nostro desiderio; non ha mai fatto obiezioni, resistenze od ostruzionismo nell'incontrare o telefonare periodicamente ai nonni.
Però quando tornavamo a casa scattavano reazioni incredibili di rabbia; ha una profonda rabbia nei confronti della mamma e dei nonni, perché si rende conto che la mamma non era da sola; lui ha travasato la responsabilità anche sui nonni; tutti sono colpevoli del fatto che lui sia in questo stato!!
Ultimamente, dopo l'ennesimo incontro, è uscito dicendo: "io non voglio più vederli, non voglio più sentir parlare di questa gente!!".
Noi gli abbiamo detto che non era possibile, non avendo deciso noi di vederli ma il giudice.
Parliamo quasi ogni giorno riguardo a questo argomento, sotto sua sollecitazione.
Le sue sono affermazioni o domande. Ha come un buco, che riguarda i primi sei mesi di vita. Lui è stato abbandonato a 6 mesi, dopodiché è andato in una casa famiglia. Questi 6 mesi per lui sono sempre stati un problema. Fantasticava su questi 6 mesi, faceva dei voli pindarici con la fantasia, immaginando infermieri cattivi, eccetera.
Gli assistenti sociali e psicologi ci hanno detto che forse era il caso di fargli sapere qualcosa di più riguardo ai primi 6 mesi, sollecitando la nonna a raccontare cosa era successo a livello di particolari di vita proprio in quel periodo iniziale, portando anche oggetti o cose che visualizzassero in maniera fisica quel periodo.
Da quando lui ha visto questi oggetti, che ha guardato con estrema attenzione, e ha sentito più reali quei momenti (mi ricordo ancora il giorno) ha cancellato tutte le fantasie e da lì è scattato il rifiuto; è uscito da quell'incontro e ha detto: "sono tutti dei bugiardi!!"
I nonni gli hanno detto: "la mamma ti voleva bene, ti volevamo bene!!" Siamo usciti e ha detto: "sono stufo di sentire bugie!! non mi volevamo bene, perché sennò non mi avrebbero abbandonato!!"
Lui ha detto agli assistenti sociali che non vuole più vedere i nonni, e abbiamo ridotto gli incontri alla metà del previsto.
I nonni gli creano indubbiamente dei disturbi. Comunque sono corretti nei rapporti, sanno chi siamo e dove siamo, e comunque non si sono mai fatti sentire o vedere.
Per concludere, noi quindi viviamo il problema dei contatti periodici; non si risolverà mai la questione; però lo viviamo con molto meno terrore rispetto all'inizio.
Lui ha detto che se dovesse incontrare la madre noi lo difenderemmo!! Il fatto di avere la reale coscienza del suo stato e il rapporto con parte della famiglia, in un certo senso ha fatto scattare la reazione cosciente che lui non ha bisogno della mamma ora; l'altra famiglia esiste e c'è, ma sono corresponsabili di quello che gli è successo e lui li esclude.
Vi è solo un contatto telefonico ogni tanto e un incontro di mezz'ora ogni due mesi, che lascia abbastanza il tempo che trova.

12°  testimonianza - ANGELA
Voglio spezzare una lancia in favore del rischio giuridico, che tutti temono.
Noi abbiamo fatto un grandissimo allenamento: 6 anni di rischio giuridico.
Ti rendi conto tutti i giorni guardando questo bambino, che ti è dato, e come tutte le cose che ti vengono date, possono anche esserti richieste. Ad ogni processo che incombeva (noi non sapevamo nulla, ovviamente) il pensiero era certamente quello di poter rimanere da soli io e mio marito, senza il bimbo, ma da un lato confidavamo che chi doveva prendere una decisione così importante avrebbe valutato e ponderato bene, per il bene del bambino.
Abbiamo sempre visto un bene anche per lui dietro a questa cosa.
Non ci ha fatto paura, mi ha ancora di più reso certa che io appartengo a qualcuno, io per prima. Io sono stata dono dei miei genitori, un dono che veniva da qualcun'altro, a cui io appartengo. Questo mi dà più serenità.
Riconoscere in ogni istante la certezza della mia vita e quindi la certezza della vita di mio figlio: io non sono la certezza della vita di mio figlio e nemmeno la risposta al suo desiderio di felicità!!
Che cos'è che io devo fare, quale il mio compito? Dare la certezza a mia figlia che, poggiando il capo su chi l'ha creata, sicuramente sarebbe felice. Io sono un tramite.
La posta in gioco si gioca in alto, passa dentro il rapporto, ma passa ancora di più nel rapporto che io ho con Dio, e che spendo nei suoi confronti.

 


 

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Ultimo aggiornamento:
giovedì 25 luglio 2002 11.51
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